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Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. (Bertolt Brecht)
Marcello Peluso

Scrittori italiani del XXI secolo:
Intervista a Marcello Peluso

 Intervista (marzo 2008)


Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura
Mi chiamo Marcello Peluso, sono ricercatore marketing, giornalista ed amo i media, i viaggi e ovviamente scrivere.
Qual è stato il suo percorso di studi?
Mi sono laureato in Economia e ho seguito un master in marketing e comunicazione d’azienda. Contemporaneamente ho scritto tanto, sono diventato giornalista e ho collaborato con diverse radio. Lo dico perché la radio mi ha insegnato la vita più dell’università.
Quando e perché ha iniziato a scrivere?
Da sempre. Più o meno da quando ho imparato a scrivere in poi. Sono diventato giornalista e ho iniziato a collaborare con quotidiani e magazine, ma quando hai tante cose da dire le poche righe di un articolo non bastano più.
In termini umani, cosa significa per lei scrivere?
E’ come staccare la spada dalla roccia. Solo che in questo caso la spada è la penna.
Quali sono i suoi libri del cuore?
Mi piace molto Tiziano Terzani. Come autore l’ho conosciuto tardi ma mi ha affascinato il suo pensiero, la sua umanità e il suo stile di vita.
E quelli che non leggerebbe mai?
Non metterei limiti alla provvidenza. Se c’è un libro, c’è qualcuno che aveva qualcosa da dire. Perché quindi non ascoltare cosa voleva dire?
Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
Ovviamente Terzani, ovviamente tutti.
E quello che meno le è piaciuto?
Non ce n’è uno in particolare, farei torto all’autore semplicemente perché forse ho scelto di leggerlo in un momento in cui quel genere di libro non andava d’accordo con il mio umore.
Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
Anche se vivo ormai da anni a Milano ed ho abitato a Roma, non posso non sentirmi napoletano. Chi nasce a Napoli si porta dentro un bagaglio di esperienze che non può, nel bene e nel male, cancellare. Amo viaggiare e sentirmi cittadino del mondo. Milano è come se fosse la moglie, le altre città del mondo sono come le amanti, Napoli invece rimane sempre la mamma.
Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
So che non è un mercato facile. Ci sono pochi lettori perché in Italia sembra che tutto debba passare sempre e soltanto dalla TV. Mi fa rabbia vedere che le persone, soprattutto i giovani, perdano il tempo davanti a programmi demenziali che trasmettono in tv mentre un libro, bello o brutto, gli darebbe di più. Dall’altra parte della barricata ci sono pochi grandi editori ed un sottobosco di editori tra i quali molti speculatori. Io ho avuto la fortuna di trovare una casa editrice piccola ma onesta e con una passione che un grande editore può invidiare. Ci vorrebbero forse più iniziative, rendere la lettura una festa. Penso ad esempio alla Festa di San Jordì di Barcellona, una sorta di san Velentino dove l’uomo regala una rosa alla donna e la donna regala un libro all’uomo.
Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
L’Italia resta viva dal punto di vista culturale anche se ha sempre paura di rinnovarsi. Ci sono molte menti che rappresentano ricchezze inespresse, sia dal punto di vista culturale che artistico. Spesso non riescono però ad emergere per vari motivi. E’ come se il paese fosse piegato su se stesso, guarda al passato e non al futuro, impantanato in logiche clientelari e partitocratiche. Ecco perché sono sempre di più i giovani che sognano di andare all’estero per realizzarsi, perché pochi “investono” sulle menti, pochi hanno il coraggio di sperimentare il nuovo e spesso si pensa che la strada vecchia sia la migliore solo perché è la più comoda. E non è una questione di puntare sui giovani o sui vecchi, è dar spazio alla meritocrazia.
Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
Dopo vari tentativi, dopo porte chiuse, dopo lettere alle quali non ho mai ricevuto risposta. Se bussi alla fine una porta si apre. Se non bussi…
Cinema: qual è il suo film preferito?
Ce ne sono diversi, ma non ne indicherei uno in particolare.
Musica: la canzone del cuore?
Idem, dipende dagli umori.
Ha frequentato corsi di scrittura creativa?
No.
Ritiene siano utili?
Per alcune persone un corso di scrittura creativa aiuta ad aprire la mente, a vedere e conoscere tecnicismi che prima ignorava.
Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
Realizzare un’immagine attraverso le parole. Scrivere è come dipingere, solo che nella scrittura devi dipingere con le parole.
Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
Al pc che è sempre acceso, di notte perché di giorno faccio mille altre cose, in solitudine. Non ho un rito, cerco di fotografare con gli occhi la realtà che mi circonda, i dettagli, per poi ricordarli e metterli su carta.
Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?
C’è una porzione di vita moderna, dei giovani tra i 25 e i 35 che sta cambiando, che forse è già cambiata, rispetto ai giovani degli anni ottanta e novanta. Bisogna osservarlo e decodificarne i messaggi. In pochi ne descrivono i conflitti, le contraddizioni e le speranze. Oggi si comunica con internet e con il cellulare, le relazioni e le interanioni umane checché se ne dica, stanno cambiando velocemente. Prima ci si dava appuntamento telefonando la persona, oggi mediante una email, un sms o un programma di messaggistica istantanea. Questa è una rivoluzione nei rapporti umani. E poi c’è quel senso infinito di precarietà, non solo nel lavoro ma anche nei sentimenti. Il contrasto tra una generazione che aveva come obiettivo trovare un lavoro e sposarsi e una generazione che vive gli sessi obiettivi con grande precarietà
Cosa significa per lei raccontare una storia?
La vivo quasi come una missione. E’ la voglia di raccontare non me stesso ma la vita di chi non ha voce. Mi piace far emergere esperienze e pensieri di chi non può o vuol farlo.
Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?
Entrambi.
Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?
Il racconto sta al romanzo come un cortometraggio sta ad un film, come una foto sta ad un album.
Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?
“Che vero hanno le tazzine da caffè?” rende l’idea della precarietà delle cose, della caducità delle certezze, del modo differente di vedere le cose. Al bar di solito ti pongono la tazzina col manico a destra perché presumono che tu sia destrorso. Ma chi gli l’ha detto? E’ solo un modo di vedere le cose. Un mancino dovrà infatti girare la tazzina in modo da prenderla con la mano sinistra. E allora… che verso hanno le tazzine da caffè?
Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
Circa un anno e mezzo.
Ha vinto premi letterari?
Non ho partecipato ad alcun premio, almeno per ora.
Crede nei premi letterari?
Sì, tutto ciò che valorizza la letteratura, il cinema, la musica, la poesia etc sono sempre ben accetti.
Ha altri progetti in cantiere?
Tantissimi! Libri, radio, articoli… Per dirla alla Bernard Shaw: “Alcuni uomini vedono le cose come sono e si chiedono: perché? Io sogno le cose come non sono e mi chiedo: perché no?

 

 

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